martedì 30 dicembre 2008

Un 2009 di particolari


Picture courtesy of Compagnia del Pollice

E invece i particolari sono importanti e dicono molte cose. Uno sguardo, una stretta di mano, un tocco. Per esempio le mani. Si dice spesso che gli occhi sono lo "specchio dell'anima" e infatti parlano ad un ascoltatore attento. Dicono molte cose. Ma anche le mani lo fanno. Possono essere più o meno curate, più o meno nodose, affusolate, quadrate. Con dita lunghe che si muovono svelte, o più lente e calme, come un tono di voce caldo e profondo. Raccontano della personalità di chi le porta e quando si muovono cambiano.
Le mani nello shiatsu diventano bellissime, qualsiasi tipo di mano sembra trasfigurare nella pressione e assumere una forma diversa. Le mani sanno raccontare quando si muovono, sono forti e portano con i loro i segni del tempo. E a seconda di come toccano, dicono alcune cose, senza bisogno di parole. Il gesto e il tocco sono particolari di un movimento. Sono come l'attimo che si fa eterno e per questo sono importanti. Sfiorare, accarezzare, toccare, premere e abbracciare, gesti caduti in disuso nel loro significato più profondo. Un contatto che spesso spaventa e dal quale ci allontaniamo una volta esternato. E invece sono proprio i particolari a fare la differenza, anche in un paesaggio: le creste delle onde del mare, più o meno increspate, ma anche quelle delle montagne, più o meno elevate. Il petalo di un fiore, il suo colore e un filo d'erba diverso dagli altri. Una voce fuori dal coro insomma. Come una immagine ben scattata, una fotografia capace di cogliere quel preciso istante.
Mi auguro e auguro a tutti che l'anno nuovo arrivi ricco di particolari, tutti da scoprire, da capire, da approfondire, per fare nostri. Un 2009 da vivere in modo intenso davvero, come un sospiro, un anno tutto da respirare da vicino. Come una salda stretta di mano. Quella che ci fa sentire simili, fratelli che non hanno paura di guardarsi negli occhi. Ma, soprattutto, un 2009 ricco di particolari da condividere. Per sentirci e sapere che siamo vivi.

lunedì 29 dicembre 2008

Un fantastico particolare





Picture courtesy of Compagnia del Pollice


Il freddo ha intrappolato il ghiaccio sui rami degli alberi.
Sembra una medusa presa in scacco dal bosco.
E' la foto di un amico, o presunto tale. Un particolare di un percorso geologico. Una semplice goccia d'acqua che si è fermata lì, immobilizzata dal freddo. Oppure una medusa, dipende da quello che uno ci vuole vedere, da quello che vuole sentire guardando.
Io guardo quella "medusa" fino a diventarne parte, in un viaggio sensoriale difficile da condividere perchè ci vogliono sensi attenti e voglia di partecipazione. E' un po' quello che mi succede di fronte ad un paesaggio, o quando vengo trattata. Io sono me e l'altro in uno stesso istante, io sono io e ciò che vedo o sento. E in un attimo divento ghiaccio e medusa intrappolata dal bosco, mi fermo anch'io per ascoltare il mio respiro diventando parte di quello che vedo. Divento l'occhio che ha osservato quel pezzo di ghiaccio da un obiettivo e dito che ha scattato la foto. Immagino i pensieri di chi ha voluto catturare quell'immagine. Torno indietro nel tempo e poi avanti. Parto per un non dove, seguo il ramo e le sue increspature bagnate, una ruga dietro l'altra. Lo faccio piano, per goderlo di più mentre mi perdo in tutto quel tempo che è passato, capace di aver ghiacciato e fermato. Mi perdo in quell'immagine bellissima di una goccia che non è più tale, che è diventata medusa. Che anela al mare e vuole tornare libera a navigare nell'acqua, ma che è bloccata a chilometri di distanza. Mi trasformo e guardo il ramo nodoso e bagnato, con un unico rimpianto: quello di volerlo gridare ad un mondo che sembra proprio incapace di capirlo. Quello di non riuscire a condividerlo.

domenica 28 dicembre 2008

Il Cervino

Io amo il Cervino. La sua maestosità mi ha conquistato dieci anni fa. E' la montagna "Carandache", per chi come me ha posseduto una scatola dei mitici pastelli quando era a scuola.
E' una montagna possente che si staglia contro l'azzurro del cielo, sempre intenso e spazzato da un vento piuttosto forte che non lascia spazio al respiro. Quei silenzi sono unici, quella catena montuosa che si allunga a pettine e sembra far solletico a qualche nuvola apparsa per sbaglio. Le temperature sono basse, molto basse. Ma quel silenzio e quello spazio ripaga di ogni fatica. Anche degli sbalzi delle diverse altitudini alle quali si può fare sport. A Cervinia si scia per ore, sembra di essere sulle Dolomiti, si arriva a 3.600 metri e si scende in paese, poi si torna sù e si può valicare la frontiera per andare a provare le piste di Zermatt. Ma a me piace stare in Val D'Aosta, in particolare qui a Valtournenche. Mi piace il contrasto del granito contro al cielo, la neve che al mattino presto si colora di rosa e le rocce che assumono un tono rossastro al tramonto. Il vento che fa mulinelli di neve e pennacchi sulle creste, il silenzio e il lago Blu ghiacciato, la grande diga che si può vedere quando si scende dal "Ventina". Un vento gelido davvero, altitudini da brivido e la pace che solo la montagna sa dare. Si dice che "la via del fare è l'essere" ed io ci credo fino in fondo. E proprio questo è il luogo dove poter essere. Sul Cervino che si staglia alto contro il cielo, senza nessuna fretta, nè parola in più, mai sopra le righe. Anzi, in perfetta intonazione, come una musica di Mozart. Come il rumore che fanno gli scarponi, quando si passeggia sulla neve. Come quello che fanno gli sci quando scendono una pista, senza fretta, con il piacere di farlo. Guardandosi intorno e respirando.

lunedì 22 dicembre 2008

Giornalismo e mobbing

Non è facile parlare di un'esperienza come il mobbing. Qualcosa che non augureresti al tuo peggior nemico. Non è facile parlarne perchè la cosa peggiore del mobbing è quella che credi di esserti inventato tutto, di aver esagerato la situazione.
Solo che proprio oggi qualcuno mi ha ricordato che non si sa proprio nulla degli altri, che giudicare dall'esterno è molto facile, troppo.
Le vessazioni rimangono, gli occhi e il respiro di chi ti ha mobbizzato appicicati al collo, qualsiasi cosa fai non va mai bene. Tutto da rifare, tutto da capo. Io mi credevo talmente tosta da avere superato tutto. Fino a quando mi sono accorta che in realtà avevo solo rimosso. Certo, ero in piedi, ma ci sono ferite che rimangono aperte e non riesci proprio a chiudere. Te le tieni e vai avanti. Che condizionano pesantemente il tuo modo di essere. Le mie successive reazioni in altre testate sono dovute a questa esperienza, ma anche di questo me ne sono accorta troppo tardi. Oggi certe cose non le rifarei, non avrei quel tipo di reazione, non me ne andrei di fronte ad un tipo un po' bislacco e un po' "fegatoso"che in realtà ti teme, come è successo al giornale di Desio, subito dopo l'Esagono. Ma quelle ferite sono ancora aperte e io ci convivo. Per quanto elaborato, il livido della botta rimane.
Quando sei un precario sei un po' anche uno zerbino. E quando ti assumono, non ti pare vero e quindi ti fai ancor più piatto e più zerbino. Ho resistito oltre 6 mesi. Sì perchè all'inizio il direttore mi adorava, ho perfino cambiato cellulare perchè mi telefonava anche 10 volte al giorno, e il mio telefono non prendeva bene. Mi adorava tanto che una volta mi ha detto che era "fortunato di avermi incontrato e per come lavoravo". Questo per i primi sei mesi, i successivi si sono trasformati in un incubo dove non c'era altro che lavoro e lui che mi vessava.
Non si è capito ( se non con la sucessiva assunzione della sua amica, quando io avevo rinunciato) perchè io non fossi più capace di fare nulla a suo dire. E quindi io, di risposta e per tenermi il lavoro, facevo esattamente quello che diceva, ma non andava ancora bene. Lavoravo sempre più e più in una spirale che mi toglieva tutto, respiro compreso. E mi sentivo un'inetta. Quando volevo avanzare lamentele, poi pensavo "ma no stai esagerando, lui lo fa per te!". E così, fino alla testimonianza davanti al giudice di un ragazzo che aveva lavorato con me. Devo a Gianluca molto più di quello che ha detto. Gli devo la lucidità mentale di aver capito che quell'esperienza l'avevo vissuta veramente e non era inventata. Finite le domande ha chiesto al giudice "posso aggiungere qualcosa?". E in quel momento, mentre lui raccontava, ho dovuto abbassare lo sguardo per il magone. Avevo un nodo in gola, un nodo liberatorio, non ero io l'inetta e il mio lavoro lo sapevo fare. Non ero un'inetta nè come giornalista, nè come persona.
Lavoravo dalle 14 alle 16 ore al giorno, ma nulla era fatto come doveva, secondo il mio direttore che in realtà voleva al mio posto una sua amica. E' arrivato a chiedermi se sarei andata in tipografia alle due di notte, dopo che lavoravo dalle nove di mattina. E lì mio marito Loris mi ha detto "ti spezzo le gambe" e ho capito che si stava esagerando. E' stata la prima volta che gli ho detto "no, non posso". Del resto non potevo rinunciare ad un'assunzione, era troppo importante. E quindi ingoiavo e ingoiavo, anche durante le ultime riunioni, quando mi umiliava di fronte a tutti. E' arrivato perfino a lanciarmi addosso un giornale. La sua violenza era pazzesca, mi toglieva il respiro.
Ma come raccontarlo? E' difficile, ci si sente frantumati si vede un'immagine riflessa errata. Ma per quanto ti affanni a correggere il tiro, non c'è niente che la cambi.
Non è per niente facile parlarne, è un'esperienza che ti devasta dentro. E per rimettere insieme i pezzi ce ne vuole. La cosa peggiore è che quando la racconti, per quanto poco tu riesca a dire perchè rivivere è doloroso, ti accorgi che chi ti ascolta non può davvero capire. Se non ci sei dentro non puoi davvero sapere cosa sia.
Io so però che da allora non riesco a vedere il film sul mobbing di Nicoletta Braschi, mi si chiude lo stomaco. Chissà perchè poi...e la causa legale è ancora in corso...

venerdì 19 dicembre 2008

Universo shiatsu


Picture courtesy of Compagnia del Pollice


Lo shiatsu è un Universo che ti si apre davanti per caso. Almeno, per me è stato così. E' stato un caso frequentare un corso base e scoprire la pressione perpendicolare e costante. Ma probabilmente non è stato un caso l'amore che ne è nato.
Lo Shiatsu è pressione perpendicolare e costante con l'uso del peso, ovvero non con la forza fisica ma con l'energia, la mia energia più profonda, quella concentrata in quella zona fisica addominale (due dita sotto e all'interno dell'ombelico) che di solito si chiama Hara. Ed è con la mia energia che curo l'energia dell'altro cercando l'equilibrio, ma soprattutto l'armonia.
Io appartengo alla scuola shiatsu Xin, Cuore. Noi ci approcciamo al ricevente con il nostro Cuore, un Cuore vuoto, perchè solo così, senza pensieri, riusciamo a cogliere la vera essenza della persona che è venuta da noi e la sua disarmonia. Solo con un Cuore vuoto le nostre mani sono in grado di percepire quello che devono fare, come devono muoversi e in quale direzione. Detto così sembra una cosa semplice, ma in realtà non lo è affatto. Ho parlato di Universo, perchè tale è e non ti basterà una vita per conoscerlo davvero. Lo shiatsu è legato alla Medicina tradizionale cinese e questo è un altro mondo che ti si apre davanti, tutto da esplorare. Ricerca, studio e pratica sono essenziali e interconnesse. La teoria non è nulla senza la pratica e viceversa. Richiede impegno e anni di percorso.
Ma sicuramente è un percorso etico. Per me è diventato la mia vita, sta per diventare in modo netto e preciso, la mia professione. Del resto se siamo qui è perchè abbiamo un destino da compiere. E se guardo indietro, gli anni dell'arazzo che fanno la mia vita, il centro del mio mandala riporta lì, alle persone, agli altri esseri, all'aiutarli a stare meglio, mentre anch'io provo benessere. E, come già per il giornalismo, alla fine diventa un modo di essere. Non puoi accogliere, imparare ad essere più consapevole di te stesso e degli altri, facendoti carico del dolore altrui, ampliando la tua sensibilità e poi, dimenticare tutto questo nella quotidianità.
Quello che non mi finirà mai di stupire nello shiatsu è che, solo toccando un'altra persona, io ne colgo l'essenza profonda. Capisco chi è e di cosa ha bisogno. E le mie mani si adeguano. Riuscire a condividere certe emozioni, sensazioni è qualcosa di incredibile.
Quando il Cuore è vuoto di pensieri, parole e vissuto, riesci ad avere la giusta proporzione delle cose e a scegliere, decidere per il meglio. Senti e tocchi, attivando i processi di autoguarigione. Ma il solo fatto di riuscire ad entrare in un contatto così profondo cohn un'altra persona è strabiliante. E quando questo contatto ingloba te e il ricevente nell'Universo, è pura energia vitale.

mercoledì 17 dicembre 2008

I famigliari del precario

Chi non ha mai avuto un contratto che possa chiamarsi tale, se non per via del pezzo di carta che contiene la precarietà, lo sa bene. I familiari non capiscono perchè ti ostini a rimanere in questa condizione, perchè "non cresci", perchè ti fai sottopagare, perchè ti comporti da zerbino.
Come se ci fosse davvero un'alternativa!
In realtà avrebbero bisogno di un sostegno psicologico. Il precario dopo un po' si abitua, entra nel giro e sa come funzionano le cose. Senza nessuna certezza, nè prospettiva, ma impara a mantenersi in equilibrio su un filo. Il vero problema sono loro, genitori, mariti e mogli, zii e suoceri. A loro sembra impossibile, dopo una laurea, dopo che hai studiato, ti sei sottoposto a tutti gli esami del mondo e alle prove della vita, hai lavorato gratis per un po', e poi come Co-co-co. "Cos'è andesso sta' storia del progetto?".
Un contratto giornalistico a progetto narra di tutto lo scibile umano al quale il lavoratore si deve dedicare. Alcune volte le diciture sono volutamente lasciate generali, così da non specificare nulla. Non hai orario, questo non vuol dire che fai quello che vuoi, ma solo che la tua giornata si allunga, compresa la settimana. Sette giorni su sette a orario variabile, dalle 12 alle 14 ore. Io ho provato a lavorare anche 16 ore di fila. Devi contribuire all'arricchimento dell'azienda, con articoli, recensioni, titoli, impaginazione, gestione delle informazioni e notizie, delle persone. Il tutto per 0,25 a battuta se va bene o per un fisso che non raggiunge lo stipendio di un operaio. Quando te la cavi raggiungi mille euro, quando sei un grande anche 1.200. E già, questi free-lance!!!
E alle spalle continui a sentire la voce dei parenti che ti incitano a cambiare lavoro...come se fosse facile! A trent'anni sei già fuori dal mercato.
Gli uffici stampa sono spesso in mano agli amici degli amici degli amici.
Non è affatto comico, tutt'altro. In un attimo passa tutto, anche gli anni e ti risvegli 40enne, con un bel contratto a progetto. E di free-lance ti rimane solo il nome, gli stipendi decenti, quelli rimangono all'estero. Però ci fai l'abitudine.
Se non fosse per mamma e papà che vorrebbero vederti sistemato....

martedì 16 dicembre 2008

Questo è il nostro paese

Eh già! Questo è proprio il nostro paese....ma come si fa a vivere in un posto dove una semplice operazione diventa una missione impossibile??
Abbiamo formato un'associazione che si occuperà di shiatsu. L'abbiamo chiamata "Contaminazioni", perchè non vogliamo stringerci in una categoria o idea e vogliamo invece contaminarci con altre realtà che si occupano di discipline bioenergetiche. Abbiamo fatto i seri e seguito tutto come si deve, con uno Statuto e un atto costitutivo.
Abbiamo fatto le operazioni necessarie per avere il condice fiscale (mezza mattina persa) e poter operare. Ma volevamo fare le cose ancora meglio, registrando l'atto. E quindi un'altra mezza mattina per avere le istruzioni del caso, compra i bolli, compila di qua e di là, paga le imposte e quindi via in banca, tieni tutti i documenti e recati di nuovo all'ufficio del Registro.
Una mattina in coda, ma si sa, quando entri in quegli uffici devi armarti di santa pazienza. Io mi guardo in giro, le persone sono molte e gli sportelli sempre pochi. Perchè però mi domando, in un'ora mezza un'impiegata ha seguito due utenti, quando il collega, nello stesso tempo, ha evaso 5 pratiche? Qual'è la differenza?
Bene finalmente arriva il mio turno e mi siedo con un sorriso. Lei guarda i documenti e poi mi fa "eh, ma mancano altri due bolli!". Eppure ho seguito le indicazioni alla lettera. "Ma io intendevo per ogni atto due bolli". Insomma, come la giri e come la volti....
Va bè, tornerò domani, perchè chiaramente in tutto il comparto Torri Bianche di Vimercate, dove ha sede l'ufficio delle Entrate, non c'è un tabaccaio dove comprare i bolli. Ci fosse almeno il parcheggio! E quindi anche lì, ti tocca usare il silos a pagamento.
Bene, mi dico, ma se uno è a digiuno di tutto, come fa? Ci sono mille ostacoli per far nascere una semplice associazione culturale, figuriamoci se uno vuole aprire un'attività! In questo paese, come ho già detto, o hai tanti soldi, tanti da permetterti un commercialista che si occupa di tutto, o affondi. Non puoi pensare di fare proprio niente. Anche perchè alla Camera di commercio ti dicono una cosa, in Internet un'altra, i professionisti un'altra ancora e infine all'ufficio Imposte hanno altre teorie. Quale seguire? Poi, per forza che uno si sente sempre in colpa. Tu cerchi di fare le cose fatte bene, in totale trasparenza, ma ognuno interpreta le leggi a suo modo e tutto, alla fine, dipende, da quale ufficio ti capita. Un po' come i medici, vai in fiducia, oppure inizi a girare come una trottola fino a quando non trovi quello che ti ispira. Ma certezza, chiaramente, nemmeno una. Eppure le leggi dovrebbero essere certe, anche se suscettibili di interpretazione.
Ci vuole tutta la pazienza del mondo, l'intraprendenza e la voglia di non mollare, di tenere duro a tutti i costi. Qualcuno una volta mi ha soprannominato Giobbe...