
Picture courtesy of Compagnia del Pollice
Il freddo ha intrappolato il ghiaccio sui rami degli alberi.
Sembra una medusa presa in scacco dal bosco.
E' la foto di un amico, o presunto tale. Un particolare di un percorso geologico. Una semplice goccia d'acqua che si è fermata lì, immobilizzata dal freddo. Oppure una medusa, dipende da quello che uno ci vuole vedere, da quello che vuole sentire guardando.
Io guardo quella "medusa" fino a diventarne parte, in un viaggio sensoriale difficile da condividere perchè ci vogliono sensi attenti e voglia di partecipazione. E' un po' quello che mi succede di fronte ad un paesaggio, o quando vengo trattata. Io sono me e l'altro in uno stesso istante, io sono io e ciò che vedo o sento. E in un attimo divento ghiaccio e medusa intrappolata dal bosco, mi fermo anch'io per ascoltare il mio respiro diventando parte di quello che vedo. Divento l'occhio che ha osservato quel pezzo di ghiaccio da un obiettivo e dito che ha scattato la foto. Immagino i pensieri di chi ha voluto catturare quell'immagine. Torno indietro nel tempo e poi avanti. Parto per un non dove, seguo il ramo e le sue increspature bagnate, una ruga dietro l'altra. Lo faccio piano, per goderlo di più mentre mi perdo in tutto quel tempo che è passato, capace di aver ghiacciato e fermato. Mi perdo in quell'immagine bellissima di una goccia che non è più tale, che è diventata medusa. Che anela al mare e vuole tornare libera a navigare nell'acqua, ma che è bloccata a chilometri di distanza. Mi trasformo e guardo il ramo nodoso e bagnato, con un unico rimpianto: quello di volerlo gridare ad un mondo che sembra proprio incapace di capirlo. Quello di non riuscire a condividerlo.
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